Genova.Festa per il gay pride sfilano in duecentomila

LA REPUBBLICA 28/6

Genova, festa per il Gay Pride sfilano in duecentomila

di DONATELLA ALFONSO e WANDA VALLI

GENOVA – Duecentomila persone, e una città, Genova, che le accoglie, senza proteste, senza scossoni, accompagna il percorso del Gay Pride 2009, che si snoda per tre chilometri, invade vie piazze, strade, riesce nel suo intento: un Pride politico, meno baraccone, dedicato ai diritti negati, e ai morti per la libertà in Iran. Un Pride che ha come star Vladimir Luxuria, madrina della manifestazione insieme con Lella Costa. Un Pride che vive un momento di paura. Quando una trans si sente male, ha un arresto cardiaco, viene rianimata e trasportata in ospedale. È grave, Tiziana, 54 anni, e i sui genitori non sapevano di questa sua altra vita.

È il momento cupo, triste, della festa, per il resto tutto fila liscio. Come dice Gianni Vattimo, filosofo e politico: «È stata davvero una manifestazione politica più che folcloristica» e gli altri organizzatori, a partire da Aurelio Mancuso, presidente di ArciGay concordano. I colori sono quelli dell´Arcobaleno della pace, lo slogan è «l´Italia che fa la differenza», su molti cartelli si legge: «Se Silvio può frequentare Noemi, perché Paolo e Antonio non si possono sposare?». E poi musica, cori, il silenzio «per chi è morto per la libertà in Iran».

È sera quando il corteo raggiunge piazza De Ferrari, il cuore della città. Sul palco aspetta il sindaco, Marta Vincenzi, ringraziata e applaudita. Lei risponde: «Se siamo qui non è un caso: l´impegno di Genova è essere la città dei diritti, questo è il punto di partenza di un lavoro forte e di una lotte comune». A fianco del Pride, i genovesi, oltre ogni previsione, hanno riempito ogni tappa del percorso. Hanno mostrato, spiega Luxuria, «un volto sorridente, non uno sguardo di distacco corrucciato». Senza pregiudizi, con pochi malumori sussurrati. Don Gallo è in prima fila, a rappresentare la Chiesa che come spiega Gianni, milanese del gruppo “Omosessuali Cristiani” «non è tutta contro di noi, solo una parte delle gerarchie». Il cardinale Angelo Bagnasco è a Lourdes, ma non ha posto ostacoli. Certo resta il no alle unioni e alle “famiglie Arcobaleno”, con due mamme e nessun papà o viceversa. C´erano anche loro, ieri al Pride, con i bambini.

Marta Vincenzi sola sul palco

ENRICO PEDEMONTE

Ieri sera, all´imbrunire, c´è stato un momento di imbarazzo in piazza De Ferrari quando gli organizzatori del Gay Pride hanno annunciato il saluto dei rappresentanti delle istituzioni. Chi aveva vissuto uno dei cortei più vivaci e affollati della storia della città, in un clima di festa che fa presagire una nuova stagione di battaglie per i diritti, ha capito che solo il sindaco Marta Vincenzi aveva avuto il coraggio di salire sul palco per salutare la folla del Gay Pride e portare la propria solidarietà. I presidenti della Regione e della Provincia non si sono presentati, accampando altri impegni, delegando altri. Ma è difficile immaginare quale concezione della politica abbia spinto un uomo politico come Claudio Burlando, che da molti mesi è impegnato in una campagna elettorale che lo porta nelle più piccole Pro Loco delle vallate liguri, a rinunciare alla manifestazione politico-culturale più importante che si svolge a Genova negli ultimi anni. La politica, quella che non è mera occupazione del potere, dovrebbe essere soprattutto battaglia culturale. E quella per i diritti civili non è forse oggi la prima battaglia della sinistra?

Genova abbraccia i diritti di tutti oltre centomila sfilano in centro

Luxuria superstar, curiosità e divertimento battono la diffidenza

Il Gay Pride

Vattimo: “Il Pride è diventato meno pittoresco ma più politico. E del resto il movimento omosessuale deve fare politica”

I trans del ghetto al sindaco: “Vogliamo un incontro per dirle che dai bassi non ce ne vogliamo andare perché la nostra storia è lì”

WANDA VALLI

(segue dalla prima di cronaca)

Per rivendicare i diritti, per essere “l´Italia che fa la differenza”, lo slogan che hanno scelto. Così, commenta Gianni Vattimo, filosofo e politico, ieri sera a De Ferrari, il «Pride é diventato molto più politico che pittoresco, e del resto ormai il movimento omosessuale, deve fare politica». A modo suo, certo, con le sue icone, come Valdimir Luxuria, ammiratissima, in testa al corteo con sandali viola e abito beige. Lei che sottolinea il feeling con Genova: «È un Pride a cui questa città ospitale, pronta a accogliere le nostre richieste, partecipa con il sorriso e non con uno sguardo di distacco morboso». È proprio così, c´è curiosità, ci sono le foto, soprattutto a Luxuria, c´è qualche smorfia, ma niente di più dalla città, per un giorno diversa, che si limita affrontare l´invasione con consigli via telefonino sulle strade alternative da percorrere. «Mai vista tanta partecipazione da almeno sette anni», commenta Riccardo Gottardi, segretario nazionale Arcigay. E gli altri, da Aurelio Mancuso che di Arcigay è il presidente, ad Alberto Villa, uno dei portavoce, concordano. Il clima di festa si intuisce subito, nel primo pomeriggio, sulla metropolitana invasa da ragazzi e ragazze, soprattutto, giovanissimi, che si rovesciano fuori a Principe, dove già c´è musica, ci sono i carri, c´è gente. Qualcuno si accosta a un muretto per truccarsi, le ragazze infilano parrucche rosa, gialle, bluette, arancioni; molte indossano, come fosse un pareo, la bandiera dal Pride 2009, con i colori dell´arcobaleno della pace, qualcun altro l´ha trasformata in una bandoliera. Palloncini colorati sui carri e poi musica: “I will survive” canta Gloria Gaynor, qualcun altro sceglie “Pop Porno” o gli anni Sessanta. Sul carro della comunità di San Benedetto al porto c´è Fabrizio De André, con i versi della “Canzone del Maggio”, e sopra ci sono loro, i trans del Ghetto che escono fuori per la prima volta, da quarant´anni. Alla sera arrivati a De Ferrari, avvertono il sindaco, Marta Vincenzi: «Verremo a chiederle un incontro perché dai bassi non ce ne andiamo, la nostra storia è lì». Si sente male una trans, proprio sul carro di San Benedetto, e viene ricoverata in ospedale; la voce risale lungo il corteo che sembra lambire Genova, accompagnarla. In mezzo, un po´ staccata dagli altri, c´è una trans metà diavolo e metà angelo, un´altra assomiglia a un angelo nero di velo e piume. C´è il gruppo degli Omosessuali Cristiani, di Milano, con striscione, e Gianni spiega: «La Chiesa non è tutta così, solo una parte della gerarchia, ma anche a Genova non abbiamo avuto problemi». A Genova c´é don Gallo in prima fila, c´è il cardinale Bagnasco che non ha lanciato anatemi. In piazza i cartelli di protesta. Uno per esempio si chiede: «Se Silvio e Noemi si possono frequentare, perché Paolo e Antonio non si possono sposare?». All´inizio di via XX Settembre, è il silenzio, per «la morte della libertà in Iran». Il silenzio regge, da Luxuria a Lella Costa che si è unita al Pride a Brignole, a tutti gli altri. All´altezza del Ponte Monumentale, si spezza con l´urlo collettivo “Libertà-massima”, ancora su fino a De Ferrari, insieme con i politici che si sono mescolati agli altri, assessori e senatori, gente del Pd, del Pdci, di Sinistra e Libertà, di Rifondazione. Poi, nella piazza simbolo di Genova, prima del saluto del sindaco, il “grazie” alla città.

Immigrati e omosessuali l´aiuto di Cuerpos Libres

«Sono ecuadoriano, abito a Genova da 12 anni, sono regolare e sono gay»: Alex ha 47 anni, e di mestiere fa il badante. Fa parte della neonata associazione genovese “Cuerpos Libres”, che per ora ha come sede provvisoria il centro sociale Zapata a Sampierdarena. «A Genova tempo fa mi hanno licenziato dalla casa di riposo in cui lavoravo – dice sorridendo amaro Alex – non perché fossi omosessuale, ma perché sono ecuadoriano».

Ha un compagno con cui vive da quasi dieci anni, una famiglia serena su cui poter contare: «Sono fortunato ma la richiesta di diritti, oggi, qui, e d´ora in poi, con la nostra associazione, nel nostro caso è doppia – prosegue – Siamo una realtà diffusa e siamo doppiamente fragili: immigrati e omosessuali, doppiamente vittime di discriminazioni sessuali e razziali. Pago le tasse, sono in regola, ma il mio compagno ed io non abbiamo alcun diritto».

(m. b.)

Cartelli, slogan, un´ultima sfida “Siamo ovunque, arrendetevi”

«CHIUDERE il Vaticano, Guantanamo mentale» è sicuramente il più perentorio, insieme a «Nazinger ancora aggredisce i gay». Poi, soprattutto innalzati da ragazze: «Né stato né dio sul corpo mio» e , ironicamente “Laica” con bordino tricolore, portato anche da molti maschi, e «più sapienza, più laicità». I cartelli che costellano il corteo sono dichiaratamente laici e critici verso la Chiesa e papa Ratzinger: «Sesso, razza, credo, bello perché vario». Sui carri molta autoironia sulla condizione gay: «felice di essere grosso, contento di essere peloso» su quello dei Bears, i gay decisamente barbuti e spesso massicci. E ancora, sul trenino delle famiglie arcobaleno: «L´amore tra uguali non è così diverso» mentre poco più in là si legge «matrimonio, diritto urgente per tutte/i». Infine, bene in vista sulla camicia di un ragazzo, un cartellino rosso cucito con pazienza: «Siamo ovunque! Arrendetevi».

Vincenzi, la sfida dei diritti “E questo è solo l´inizio”

Luxuria: qui c´è un sindaco donna, con gli attributi

Il Gay Pride

“In questa città avrete sempre un riferimento, siamo con voi nella vostra stessa lotta contro ogni tipo di discriminazione”

DONATELLA ALFONSO

LA CITTA´ dei diritti, esclama Marta Vincenzi dal palco di De Ferrari, è tutta qui, in questa enorme partecipazione: il Pride è un punto di partenza, non un evento a sé. «Essere qui significa che non finisce qui e che in questa città avrete sempre un riferimento, perché a favore dei diritti e contro le discriminazioni ci ritroviamo noi, nella vostra stessa lotta» dice la sindaco, chiamata sul palco da Vladimir Luxuria insieme alla vicepresidente della Provincia Marina Dondero, a rappresentare tutta la politica. Tutte donne, spiega Vladimir, a questo saluto finale: « Non succede sempre ai Pride, ma a Genova la sindaco c´è, e non è un caso che sia una donna: perché hanno gli attributi più degli uomini per far fronte ai poteri, anche della Chiesa». Torna il tema della critica al silenzio vaticano, ma sul palco, a concludere un Pride che ha visto fianco a fianco le pensionate genovesi e le drag queen, c´è il filo rosso dei diritti. E Luxuria ironizza: «Almeno un pensiero dovrebbe frullare nella testa di Mara Carfagna: forse questa gente avrà bisogno di me?»

Sale anche qualche fischio dal pubblico, ma Marta Vincenzi non ci fa caso. «Vorrei che capiste che vi sto abbracciando tutti, che ringrazio voi e tutti i genovesi che hanno accompagnato il corteo e l´hanno fatto non per caso, ma perché cittadini di una città che ha fatto dei diritti la cifra del suo impegno». Quindi, chiarisce, si continua sui questa strada. E, a margine del palco, ritorna sul registro delle coppie di fatto: «E´ un fatto sul quale dobbiamo tornare a confrontarci. Vanno affrontati in maniera seria, e non con polemiche sterili, come ha fatto la destra per molti mesi, anche su questo Pride». E Cristina Morelli, presidente dei Verdi liguri, ricorda: ora in Regione c´è da discutere una legge contro le discriminazioni sessuali, a partire dalla prossima settimana. E´ davvero un´altra stagione, e Genova si impegna, come insiste la Vincenzi e concorda la Dondero, a restare nei fatti la città dei diritti.

E´ una strana conclusione, ma a pensarci bene è l´unica possibile, poche le parole, molta la musica, a partire dal cult del mondo Lgbt, scene dal musical Rocky Horror Picture Show. Luxuria chiede applausi per la trans Tiziana in ospedale, ricorda Fabrizio De André e rende onore a tutte le Princese, i transessuali che vivono una loro, non facile vita. E, su suggerimento di Mirella Izzo di Trans-Crisalide, ricorda al presidente Burlando – che non è venuto perché impegnato altrove, rappresentato dall´assessore Enrico Vesco e da Cristina Morelli – la necessità di fare, anche in Liguria come in Toscana e in Lazio, un provvedimento che renda gratuiti i farmaci ormonali necessari a chi cambia sesso. Cala la sera, gli organizzatori del Pride, ormai senza fiato, urlano il loro grazie dal palco. Grazie Genova, arrivederci. «Davvero, una cosa eccezionale. Mi ricorda quanto è avvenuto ai Pride di Bari o Padova, le realtà dove c´è un grande tessuto associativo e di organizzazione. Ma qui è diverso, c´è stata la città, molto al di là di quanto ci immaginavamo» sorride Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay, marcio di sudore. E di soddisfazione.

Gli immigrati

Un carro coloratissimo e musica caraibica a tutto volume: “Libertà di essere noi stessi, non fate finta di non vederci”

Dall´Ecuador con amore: “Genova, guardaci”

Un grido contro il pacchetto sicurezza del governo: “Meglio prostitute e migranti delle ronde e gruppi di esaltati”

SIMONA PETRICCIUOLO

Sono ecuadoriani, brasiliani, cileni, ma rappresentano tutto il sud America. Ci sono anche loro tra i manifestanti che hanno invaso le strade di Genova in occasione del Gay Pride. Il loro carro, con musica a ritmi caraibici a tutto volume e ballerini in vistosi abiti colorati, è uno dei venti che hanno attraversato le strade del centro da piazza Principe fino a piazza De Ferrari. Sono scesi in strada per dire basta alle discriminazioni, che spesso li colpiscono due volte, in quanto omosessuali e transessuali, ed in quanto extracomunitari. Sono i membri di “Cuerpos Libres”, corpi liberi, l´associazione nata a Genova all´inizio del 2009 per dare voce a quanti vivono il disagio di sentirsi fuori posto nella comunità in cui vivono, attualmente gruppo informale all´interno di Arcigay Genova.

«Abbiamo scelto di partecipare per avere una visibilità particolare, perché troppo spesso la gente non ci vede – spiega Alex, uno degli organizzatori del carro – Le persone non immaginano che una persona immigrata possa essere anche omosessuale o transessuale. Per un clandestino non è facile vivere qui».

Sono in tanti quelli che si accostano al piccolo carro per stringere mani o urlare incoraggiamenti. Tante anche le famiglie di origine sudamericana, con bambini al seguito, che si fermano a salutare chi è sul carro a ballare. “Libertà di essere se stessi”, “Nessuna frontiera per i corpi”, “Pacchetto insicurezza” sono alcuni dei cartelloni colorati che addobbano le fiancate del camioncino. «La società non ci da una mano, è menefreghista, per questo partecipiamo» dice Lisabeth, trans ecuadoriana. «Siamo esseri umani uguali però diversi», le fa eco Alex, anche lui dall´Ecuador. «Ciò che manca non è la sicurezza, è la libertà – spiegano i fondatori di Cuerpos Libres – libertà di decidere di sé e dei propri orientamenti. Libertà per i corpi che cambiano, che cambiano Paese, continente e qualche volta anche genere».

La partecipazione al Pride è un´occasione per contestare al Governo il “pacchetto sicurezza” «in cui ogni cittadino è sempre più soggetto al controllo. Questo Paese per sentirsi sicuro non vuole vedere sulle strade migranti e prostitute ma accoglie ronde e gruppi di esaltati. Ha un´idea pericolosa e distorta di sicurezza».

Mezza giunta in piazza la Security agli antigronda

MEZZA giunta comunale e anche di più, in corteo: dalla partenza o poco più in là si vedono il vicesindaco Paolo Pissarello, gli assessori Pastorino, Papi, Ranieri; e in piazza della Nunziata viene tirato dentro anche Margini. Marta Vincenzi fa l´ultima parte del corteo, in testa, in silenzio contro le vittime dell´omofobia. La Regione è rappresentata da Enrico Vesco; la provincia da Marina Dondero, vicepresidente, e dall´assessore Manuela Cappello; a De Ferrari si vedono anche Nando Dalla Chiesa, consiglieri dei tre enti ed esponenti dei diversi partiti del centrosinistra. Il Pd ha mandato una delegazione nazionale con Roberta Pinotti e Paola Concia tra gli altri; si vedono i segretari genovesi di Rifondazione e Pdci Paolo Scarabelli e Roberto Delogu («Ma senza bandiere perché quelle che contano sono quelle del Pride»). E nel servizio d´ordine anche i rocciosi consiglieri antigronda Nacini e Pastorino.

Il trans cinquantaquattrenne era sul carro della comunità di San Benedetto

Paura per Tiziana, svenuta mentre ballava subito soccorsa, resta in gravi condizioni

RAFFAELE R. RIVERSO

Stava ballando come tutti. Si stava divertendo con i suoi amici di sempre quando l´ha colta un malore, forse un arresto cardiaco. Erano le sei di ieri pomeriggio e il corteo del Gay Pride aveva da poco imboccato via Balbi. Tiziana, 54 anni, è stata subito soccorsa da chi le era vicino e da due ambulanze prontamente arrivate sul suo carro, quello di san Benedetto al Porto, la comunità di don Gallo: «Anna, un´anestesista del Galliera è intervenuta subito», raccontano due amiche con le lacrime agli occhi. Nella tarda serata di ieri i medici dell´ospedale genovese escludevano l´emorragia cerebrale e si concentravano sul cuore, prima di trasferirla in rianimazione: «Le sue condizioni rimangono gravi, ma stazionarie», hanno detto ai familiari e agli amici che nella sala d´aspetto aspettavano trepidanti buone notizie. Chi ha visto la scena non può dimenticarla: «Ballava tranquillamente. Le piaceva ballare. A un certo punto è caduta a peso morto, senza una spiegazione. Ci siamo spaventati tanto e abbiamo pensato subito che potesse essere grave». Gli infermieri sono intervenuti con il defibrillatore e le hanno fatto un´iniezione direttamente al cuore. Poi la lunga corsa contro il tempo. Quando l´ambulanza è partita da via Balbi verso l´ospedale (è arrivata con un codice rosso), il serpentone di gente si è aperto dedicando un lungo applauso all´amica. Stessa scena più tardi in serata quando Vladimir Luxuria ha voluto salutare dal palco di piazza De Ferrari con un lungo applauso partecipato e pieno di speranza.

Alla testa del primo carro il fondatore della comunità di San Benedetto

Don Gallo e il Vaticano “Soffro per il cardinale il suo silenzio mi preoccupa”

“Fra queste persone c´è uno stato di grazia, compito della Chiesa è salvare dalla solitudine le loro anime”

MICHELA BOMPANI

«Soffro per il mio cardinale Bagnasco, io credo a lui e il suo silenzio mi preoccupa»: don Gallo fende la folla, guarda i cartelli che contrappuntano le persone, “Natzinger ancora aggredisce i gay”, “VaticaNo”, “Condom uguale vita. Papa uguale Aids”, “L´amore è tutto sano ditelo al Vaticano”. «E´ una questione delicata, quella dei diritti degli omosessuali, e bisogna affrontarla – spiega don Gallo – tra queste persone c´è uno stato di Grazia, queste anime vanno salvate dalla solitudine ed è anche un compito della Chiesa».

I “target” politici e morali di questo Pride genovese sono ossessivamente due “papi”: Berlusconi e Benedetto XVI. Per don Gallo, però, c´è l´apoteosi della folla che gli fa spazio, lo applaude; lui fila spedito con il sigaro, il Panama nero in testa e la sciarpina consunta con i colori dell´arcobaleno. «La diocesi di Salisburgo ha un ufficio per la difesa dei diritti di tutti, questo deve nascere anche qui», dice don Gallo. E tuona al microfono del carro della Comunità di San Benedetto: «Gesù è in mezzo a voi, ve lo dico come prete cristiano – scandisce – abbiamo bisogno che questa città si svegli, che in Italia i gay e le lesbiche non vengano più pestati».

In effetti, di Gesù c´è anche una caricatura. Il ventiduesimo carro del Pride è un Golgota semovente, con Gesù incoronato di spine, la Vergine circonfusa di luce, il centurione e la croce, che alla base ha una buca per la bottiglietta della minerale, da cui Gesù si disseta: «Siamo tutti figli di uno stesso Padre», scandisce il cartello. «Alla sera li vedo con i miei occhi – spiega Gesù, nome d´arte Vergana, animatore della discoteca gay romana Gloss – i seminaristi che vengono nel locale e non solo loro. Perché invece la Chiesa si scaglia contro di noi, ci ostracizza? Molti di noi sono cattolici, soffrono per questo rifiuto».

Sfilano silenziosi i ragazzi di Franco Barbero, anche lui “prete contro” dimesso dallo stato clericale nel 2003 perché, tra l´altro, favorevole alle unioni omosessuali: “Comunità cristiana di base Viottoli a Pinerolo” reggono lo striscione. «Non possiamo scegliere tra due doni, l´omosessualità e la fede – spiega Matteo, ingegnere trentasettenne che lavora a Milano e due volte al mese corre a Pinerolo, con gli altri ragazzi di Barbero – cambiare le posizioni ufficiali della Chiesa non si potrà in breve tempo, ma marciamo qui, almeno, per i diritti civili». Vladimir Luxuria, madrina del Pride, ringrazia Franco Barbero dal palco di De Ferrari.

A chi dice che l´omosessualità sia una malattia, risponde l´Arcigay di Milano con un carro tra i più riusciti della carovana: “Gay Hospital”. I ragazzi bardati da chirurghi, mascherina sul viso e ghirlanda di fiori intorno al collo: “Lezioni d´ironia contro l´omofobia” hanno appeso alla fiancata.

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