IL SECOLOXIX 28/6
«C’È TANTA GENTE normale», commenta una donna che rientra verso casa con le borse della spesa. In centro ieri sera c’erano migliaia di genovesi: genitori con bambini, coppie di anziani, coppie di fidanzati. Oltre naturalmente a una folla di gay, lesbiche e transessuali. Tutti riuniti dopo la fine del corteo del Gay Pride. Per tirare fino alle 23 e scendere poi alla Fiera del Mare, dove ballare fra dj e luci stroboscopiche. È lì che Alberto Villa, portavoce del Pride, lancerà una proposta: «Il primo bilancio è buono. Vorrei un bis per l’anno prossimo».
Lungo via XX Settembre, attorno alle 19.30 di ieri, c’era un clima da Giro d’Italia. Molte famiglie con bambini, aspettava lungo i marciapiedi l’arrivo del corteo. Al passaggio dei carri, dopo qualche minuto di silenzio in segno di solidarietà con le vittime del regime iraniano, sono scattati gli applausi.
Piazza De Ferrari, ore 20.15. Sul palcoscenico montato di fronte a Palazzo Ducale vanno in scena alcune canzoni del “Rocky Horror Show”, il musical simbolo della trasgressione, cantato in playback da una compagnia di attori. Intanto la piazza si riempie. Arrivano in ordine sparso il carro dei trans, quello degli “orsi italiani”, quello delle lesbiche. Svolazzano palloncini a forma di fallo. Mentre giovani e meno giovani bivaccano sul prato attorno alla fontana. Si siedono per leggere con calma, tra i tanti striscioni e cartelli. «L’amore tra uguali non è così diverso», recita uno. «Noemi piccina Papi ti rovina, torna ai tuoi balocchi che sei ancora una bambina», c’è scritto su un altro: e il riferimento del messaggio è sin troppo evidente.
Il pubblico del Gay Pride 2009 è chiassoso, fa festa. In realtà la gran parte ascolta con un orecchio soltanto gli interventi che si susseguono sul palco. Qualcuno però, attira davvero l’attenzione di tutti. Vedi il primo, quello di Vladimir Luxuria, che omaggia Fabrizio De Andrè ricordando che «Fernanda è una bambola di seta», pescando il verso da “Princesa”. Poi passa a toni più politici, i più apprezzati dalla folla. «Chiediamo alla Regione Liguria di allinearsi a quanto già fanno il Lazio e l’Emilia Romagna – spiega la madrina della serata – e di non far pagare le cure ormonali, necessarie per chi ha deciso di fare il transito da uomo a donna, o vice versa». Poi, seguita dagli applausi di chi è in piazza De Ferrari, Luxuria ricorda Maria Luisa Mazzarella, la ragazza aggredita nei giorni scorsi a Napoli mentre difendeva un amico gay: «Pare abbia rischiato anche la perdita di un occhio. Per questo chiedo al presidente della Repubblica che valuti la possibilità di concederle la medaglia al valore civile». Il momento più commovente della serata arriva quando sale sul palcoscenico l’attrice Lella Costa, che legge una lettera scritta da alcuni studenti omosessuali iraniani e spedita due sere fa all’Arcigay: «Viviamo nella paura e ci aspettiamo il peggio… alcune sere fa cinque di noi, cinque studenti attivisti, sono stati uccisi dalle forze dell’ordine… Chiediamo alla comunità internazionale di assisterci nell’allertare il mondo».
Il Gay Pride 2009 è anche una grande occasione di business. Lo possono testimoniare i bar di via Venti, rimasti rigorosamente aperti fino a tarda sera. Lo sanno soprattutto i numerosi venditori ambulanti (e abusivi), di birre e bibite che si aggirano per la piazza con i loro catini pieni di acqua e lattine. Nel frattempo sul palco è salito il sindaco, Marta Vincenzi: «Vorrei che sentiste che vi sto abbracciando tutti. Questa è una bellissima manifestazione, una grande giornata. Grazie a tutti i genovesi». Qualche fischio di contestazione si leva dalla folla. Interviene Alberto Villa, portavoce del Pride genovese, a richiamare il pubblico: «Mi spiace per questi fischi perché il sindaco non se li merita. Marta Vincenzi ci è stata veramente vicina».
Alle 23 la piazza lentamente si svuota. E in attesa dei balli al padiglione B, il popolo del Gay Pride si è intrattenuto all’Arena del Mare davanti al palcoscenico del Village, la fiera che dopo due settimane chiude oggi. «Spero di rifarlo l’anno prossimo – dice Alberto Villa – Purtroppo non dipende soltanto da me».
Francesco Margiocco