Torino. Botte al figlio che gli dice ” sono gay”

LA STAMPA 3 SETTEMBRE 2009

di NICCOLÒ ZANCAN

È l’unico cognome italiano sul citofono. Via Monterosa, vecchia casa di Barriera, odori che si mischiano: aglio, pesci fritti, menta. È l’ora di cena. Interno cortile. Le finestre sono spalancate sui fatti degli altri. Alle otto di lunedì sentono urlare dalla cucina degli italiani. Insulti al secondo piano. Un ragazzino, 16 anni, piange. Poi grida anche lui. Volano piatti. Minacce, botte. La situazione sta degenerando. Qualcuno chiama i carabinieri.

La prima segnalazione parla genericamente di una «lite animata in famiglia». Un intervento banale, ogni giorno ce ne sono tanti. Arriva un equipaggio del nucleo radiomobile. I militari salgono, vanno a vedere. La situazione in effetti è ancora molto tesa. Padre contro figlio. E viceversa. Ma dietro quella lite in famiglia, scoprono, dopo aver parlato con entrambi, c’è un motivo particolare. «Gli ho detto che sono omosessuale», ha spiegato il ragazzino. «Lui lo sa benissimo, ma non vuole accettarlo». Il padre conferma. La madre piange nell’angolo. I carabinieri fanno tornare la calma. Verificano che nessuno si sia ferito seriamente. Solo qualche livido, escoriazioni, rabbia viva. Non ci sono gli estremi per denunciare qualcuno. Spiegano che si può «procedere solo con una querela di parte».

Il giorno dopo il clima in via Monterosa è ancora teso. Un vicino racconta: «È la seconda volta in pochi giorni che devono intervenire le forze dell’ordine. Anche la polizia è stata al secondo piano. I rapporti con quel ragazzino sono molto tesi».

Il padre, origini pugliesi, faccia pallida da chi ha lavorato tutto agosto, è un uomo di cinquant’anni. Fa il muratore. Scende a parlare, molto provato: «Non è successo niente. Sono fatti nostri. Questa storia non deve uscire da qui». Il fratello maggiore, 19 anni, è sulla stessa lunghezza d’onda: «Non c’è niente da dire, nulla di nulla. Niente da spiegare. Cose nostre. Altrimenti finisce male».

Forse il ragazzino vorrebbe dire la sua. Ma non esce di casa per tutta la mattina. La madre chiude le persiane sul ballatoio: «Sono fatti di famiglia. È un brutto dolore, lasciateci stare».

Non è possibile conoscere dal diretto interessato questa storia. Anche il telefono di casa squilla a vuoto. Nessuno risponde.

«È un ragazzino basso di statura, timido, molto gentile – dice un vicino – va a scuola, studia, passa i pomeriggi ai giardinetti qui dietro». Non ieri. Non dopo le botte in casa. «Sono gay – ha detto – voglio soltanto essere accettato». Ma il padre si opponeva, prima a parole, poi come una furia, come se fosse una decisione negoziabile.

Ai giardini lo conoscono quasi tutti. Sulle panchine qualcuno ha fatto alcune scritte sul tema: «… è frocio». Ma anche qui non è facile trovare persone che abbiano voglia di parlare dell’argomento. «Il padre soffre tantissimo per questa storia, lasciatelo perdere. È una vera disgrazia».

Per fortuna nel palazzo abita Rachid, un ragazzo marocchino di 25 anni. Lui ha capito benissimo quello che sta succedendo, anche senza bisogno di spiegazioni. «L’altra sera ho sentito il litigio. Non è la prima volta che succede. Ma è stato particolarmente violento. Ce l’hanno con il figlio minorenne. Per me è un bravissimo ragazzino, un tipo a posto, simpatico, qui gli vogliamo tutti bene. Ma ho sentito troppa rabbia in quella casa, non è giusto. Il piccolo italiano non va lasciato solo».

L COMMENTO

Gianni Farinetti

Il mio compagno di un tempo, nei primi Anni 80, decise di partecipare a una trasmissione di Rai 2 in cui si parlava di omosessualità. Aveva 19 anni, studiava, era impegnato nel partito radicale. La sera che la trasmissione andò in onda i suoi genitori, ignari, la videro. Quando arrivò a casa lo aspettavano in soggiorno. Erano persone semplici, il papà operaio, la mamma casalinga, di origini meridionali. Dopo il primo choc gli chiesero se era vero che era gay, ma anche se in qualche modo, magari con una battuta in casa, una barzelletta raccontata in compagnia, lo avessero in qualche modo offeso, se si fosse mai sentito discriminato.

A torto si crede che la cosiddetta tolleranza – definizione che mi lascia freddo perché mi chiedo da sempre cos’è ’sta storia che devo essere tollerato – sia appannaggio delle persone colte, informate, aperte.

Invece è solo questione di sensibilità personale (e infatti ho altri amici che provengono magari da famiglie borghesi, se non intellettuali certo con uso di mondo, che non sono mai riusciti a parlare serenamente, in famiglia, della propria omosessualità). Dirlo costa. Innanzitutto va detto a se stessi, e già lì non è uno scherzo, soprattutto quando si è giovanissimi e si crede di essere in qualche modo sbagliati, o diversi (ma da chi? Dagli altri che si comportano apparentemente tutti allo stesso modo?). Immaginiamo di dichiararlo ai genitori. Ho conosciuto mamme «moderne» dare di matto alla notizia, o tradizionalissimi padri esclamare: «Tutto qui? Credevo dovesse rivelarmi chissà che cosa!». Può succedere. Può anche succedere di accorgersi che non è obbligatorio dirlo. Il non detto non è necessariamente una scorciatoia, l’importante che non sia una bugia.

Molti genitori – vorremmo lo fossero tutti – se non sono ciechi dovrebbero capire da sé che un figlio ha dei problemi di qualsiasi forma, sessuali, affettivi ecc., e aiutarlo, per prima cosa, a sdrammatizzare una condizione che dramma non è. Essere gay è esattamente come essere biondi, o vegetariani, o avere le orecchie a sventola: un fatto del tutto naturale. Sono delle vere tragedie invece i condizionamenti sociali a cui siamo sottoposti, i conformismi che possono anche sfociare, e succede sempre più sovente in questa società che finge di essere aperta, degli episodi di violenza che leggiamo quotidianamente sui giornali. E così difficile scrollarsi di dosso il senso di vergogna, come fosse una vergogna seguire se stessi. Quando sento che la Chiesa dice che gli omosessuali hanno un comportamento disordinato mi viene subito in mente che sì, il mio fidanzato butta i suoi vestiti dappertutto. E che io quando cucino uso troppe pentole e lascio in giro un casino inenarrabile. Sono stato fortunato, la mia famiglia è di tendenza laica, non terrorizzato dal mito della virilità e tutte quelle sciocchezze lì. Non dico che sia stato facile, non lo è stato per niente, da ragazzo la mia brava dose di terrori l’ho avuta anch’io, ma quando ho capito che desideravo diventare una persona felice, matura e consapevole, e che volevo che anche le persone intorno a me lo fossero – non solo amici e parenti, ma anche sconosciuti compagni di una comunità a cui sento di appartenere – bè, non avevo altra scelta e l’ho detto.

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