REPUBBLICA.IT 14/10/2009
di STEFANIA PARMEGGIANI
Se lo aspettava. Dal giorno del suo coming out su Repubblica.it attendeva il postino. Prima o poi la burocrazia avrebbe bussato per riprendersi con la destra ciò che aveva concesso con la sinistra, per tirare una riga su quello che considera un macroscopico errore, una svista che per mesi ha permesso a due uomini di dichiararsi sposati. Un matrimonio celebrato a San Francisco nella breve stagione delle libertà e riconosciuto in Italia perché, all’atto di trascrizione, grazie a un nome maschile che poteva sembrare femminile nessuno si era accorto che i contraenti erano dello stesso sesso.
E’ stato lui a raccontare la storia, ad “autodenunciarsi” per mettere a nudo la paralisi dei legislatori, immobili di fronte a una società che rapidamente sta mutando forma. Non aveva voluto rendere noto il suo nome, ma rintracciarlo per i burocrati non è stato un problema: italiano, sposato con un francese a San Francisco appena prima che un referendum mettesse fuori legge i sì omosessuali. Dopo un mese il postino ha bussato e gli ha consegnato una raccomandata, inviata a lui, al consolato di Parigi e a quello di San Francisco per conoscenza, ma indirizzata al procuratore della Repubblica di Treviso. Oggetto: “Erronea trascrizione di atto di matrimonio tra persone dello stesso sesso. Richiesta annullamento”. A firmare l’istanza, l’ufficiale dell’anagrafe del comune in cui è iscritto come italiano residente all’estero. Il dipendente informa il procuratore di avere ricevuto una telefonata dal ministero degli Esteri il 19 agosto. Un tempismo eccezionale: nove giorni dopo la pubblicazione su Repubblica.it dell’articolo sul matrimonio omosessuale riconosciuto in Italia, la Farnesina rintraccia “l’impostore” e si mette in moto per riparare al suo errore. Sei giorni dopo arriva il fax del Consolato italiano a San Francisco con la richiesta ufficiale di annullamento della procedura. L’11 settembre parte la raccomandata alla Procura della Repubblica.
“Mi aspettavo tutto questo – commenta il protagonista della vicenda – ma non credevo fossero così veloci”. E’ amareggiato, ma non scoraggiato. Anzi, è deciso a dare battaglia perché per lui i termini si rovesciano: la trascrizione del matrimonio non può essere un errore dato che si considera veramente sposato. Ha contattato un avvocato, Francesco Bilotta, legale che già assiste – nell’ambito della campagna di Affermazione civile coordinata dalla Rete Lenford e da Certi diritti – una coppia omosessuale di Venezia in attesa del verdetto della Corte costituzionale sul diritto ad accedere all’istituto del matrimonio.
“Ci siamo opposti alla richiesta di annullamento e percorreremo tutti i gradi di giudizio. Se sarà il caso, siamo pronti anche a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo”. Una battaglia per ottenere dai giudici ciò che la politica non concede, un modo per spingere il legislatore a prendere coscienza che gli omosessuali esistono e chiedono di vedere riconosciuti loro dei diritti civili imprescindibili.
D’altronde anche il giurista Giovanni Maria Flick, che presiedeva la Corte Costituzionale nei mesi in cui il dibattito sulle famiglie di fatto era attualità politica, aveva chiesto che si legiferasse sui nuovi diritti fondamentali, i diritti “dagli incerti confini” come le unioni omosessuali.
“Vorrei che tutte le coppie la cui unione è regolarmente riconosciuta all’estero – conclude lo sposo – presentassero domanda di trascrizione dell’atto in Italia e si opponessero al rigetto degli ufficiali dello Stato civile. Se siamo tanti, forse, anche un gigante miope potrà mettere a fuoco la realtà, che è quella di migliaia di persone stanche di essere considerate cittadini di serie B”. Quella che propone, in sintonia con l’iniziativa dell’associazione Certi Diritti, è una sorta di class action: “Io sono un uomo, mio marito è un uomo. In Francia siamo pacsati, in America sposati, in Italia cosa siamo? A giudicare dalla lettera che mi è arrivata, solo un errore della burocrazia”.