Ebrahim Hamidi è stato coinvolto in una rissa nella periferia di Tabriz, nella provincia dell’Azerbaijan orientale. In seguito lui e tre suoi amici sono stati arrestati, con l’accusa di aver commesso violenza sessuale su uno degli uomini con cui avevano lottato. Hamidi ha confessato il delitto dopo tre giorni di detenzione, durante il quale ha raccontato di essere stato torturato. Agli altri tre imputati è stato promesso che sarebbero stati liberati se avessero testimoniato contro Ebrahim Hamidi. Tutti e quattro sono stati inizialmente condannati a morte, ma nel corso di un terzo processo, gli altri tre imputati sono stati assolti mentre Ebrahim Hamidi è stato nuovamente condannato a morte per lavat, ovvero “sodomia”. Il 7 luglio 2010, la presunta vittima ha ammesso, in una dichiarazione registrata dalla polizia, che i suoi genitori gli avevano fatto pressione per muovere accuse false.
La Corte suprema ha respinto la sentenza della Corte provinciale dell’Azerbaijan orientale e ha ordinato un riesame del caso, ma sembra che la corte provinciale voglia comunque procedere con l’esecuzione della condanna a morte.
Ebrahim Hamidi attualmente non ha un legale. Era rappresentato da un importante avvocato per i diritti umani Mohammad Mostafaei, che è stato costretto a lasciare il paese a seguito delle numerose minacce subite da lui e dalla sua famiglia all’inizio dell’agosto 2010, probabilmente a causa del suo lavoro in favore di Sakineh Mohammadi Ashtiani condannata alla lapidazione con l’accusa di adulterio. Mohammad Mostafaei ha scritto una lettera aperta sul caso di Ebrahim Hamidi nel luglio 2010 con l’intento di far crescere l’attenzione sull’esecuzione delle condanne a morte di imputati minorenni in Iran. Per imputato minorenne si intende colui che è stato condannato per un reato commesso quando aveva meno di 18 anni.
