Ricordando tutte le vittime dell’olocausto
con il coraggio di vincere la paura della diversità
Hitler pensava che l’omosessualità fosse un comportamento degenerato, che rappresentasse una minaccia alla capacità demografica dello stato e ne danneggiasse il carattere virile. Dopo il tentativo di “convincimento” ad assumere un “corretto orientamento sessuale”, i gay venivano sottoposti al “paragrafo 175” in nome del quale ci furono 100.000 arresti, a cui seguirono 60.000 condanne detentive, un numero sconosciuto di internati in ospedali psichiatrici e circa 10.000 internamenti nei campi di concentramento. In Italia sappiamo di circa 300 casi di confino di polizia maggiormente concentrati dal 1939-1941. E’ di dominio pubblico la persecuzione di minoranze oltre al popolo ebraico ma ritengo possa essere utile ribadire la specificità che riguarda gli omosessuali in questa sede per conoscenza ma anche perchè ancora oggi vi è discriminazione che colpisce la comunità LGBT.
Non è semplice parlare delle pagine buie dell’olocausto, della persecuzione nazista e fascista, per questo, spesso ancora oggi, abbiamo un approccio che non osa andare oltre all’essere attoniti e avere un profondo senso di disgusto di fronte all’insensata e incomprensibile brutalità. Si è alzata una condanna muta, che non aggiunge niente al senso di smarrimento al cospetto di ciò che ci pare ancora incomprensibile e nello stesso tempo ci mantiene abbastanza lontani emotivamente da poter sopravvivere al senso di colpa. Il senso di colpa di cui stiamo parlando ha origine nel fatto che, esseri umani come noi, persone comuni, padri e madri che vivono e lavoravano integrati in una società simile alla nostra, abbiano potuto mettere in atto tale orrore. E’ comprensibile che, sin dall’inizio della lunga serie di eventi che portarono all’olocausto nazista, i meccanismi psicologici per farvi fronte, sia della società civile tedesca ed europea, ma anche degli stessi perseguitati, siano stati quelli dell’incredulità, del disconoscimento dei fatti, della perentoria negazione della realtà al fine di prendere le distanze dall’agghiacciante natura di quello che avremmo dovuto capire.
“La negazione è la prima, la più primitiva, la più inadeguata e la più inefficace di tutte le difese psicologiche impiegate dall’uomo. Quando l’evento è potenzialmente distruttivo, la negazione è anche la più pericolosa delle difese, in quanto impedisce di prendere le appropriate misure che potrebbero salvaguardarci dai pericoli reali” (Bruno Bettelheim-Sopravvivere-SE). La psicoanalisi ci insegna che la negazione anche quando inizia come processo consapevole diventa presto inconscia; questo in parte ci spiega il fatto che numerosi tedeschi vissuti nella Germania nazista abbiano dichiarato di non sapere dell’esistenza dei campi di concentramento di cui si parlava quotidianamente alla radio, oppure del fatto che molti deportati sopravvissuti abbiano successivamente dichiarato di non aver saputo dell’esistenza dei campi di concentramento sino a quando non vi fossero entrati. Ma abbiamo testimonianze che anche durante la prigionia i detenuti stessi facevano ricorso alla negazione dandosi delle ragioni di quel che stava succedendo, talvolta legittimando i propri persecutori: tutto questo può fare la mente come meccanismo di difesa estrema. D’altro canto, alla luce di studi effettuati dopo la seconda guerra mondiale, è emerso che coloro che in prigionia sono riusciti a mantenere una percezione quanto più realistica della vita e fossero dotati di un sistema di ideali e principi morali forti, siano riusciti a sopravvivere più a lungo di altri, preservando la propria identità nonostante il costante intento di disintegrazione.
Il processo di negazione non ha coinvolto solo gli individui, ma anche gli Stati Europei e gli Stati Uniti che pur conoscendo bene i dichiarati intenti del regime nazista hanno mostrato un atteggiamento minimizzante. Anche la mancata resistenza armata da parte del popolo ebraico con il conseguente aggravarsi della persecuzione antisemita potrebbe avere fra le cause il processo di negazione. La negazione come processo psicologico non ha nulla a che vedere con il negazionismo di alcuni movimenti neonazisti che oggi più che mai militano nel nord Europa, infatti, in questo caso, il negare che i campi di concentramento e di sterminio siano esistiti realmente è puramente un espediente ideologico.
Oggi l’uomo, nonostante la verità della storia, rimane ancora incapace di offrirsi uno sguardo che privilegi la profondità, il dialogo interiore, il superamento di un narcisismo che apra la visuale anche sulle sue debolezze. Potessimo autenticamente abbandonare i quotidiani conflitti con il mondo esterno per dedicarci a un sano conflitto con noi stessi ad esempio affrontando la paura della diversità che non ci permette di proiettarci nell’altro. Potremmo accorgerci che quotidianamente viviamo nella nostra società discriminazioni nei confronti delle stesse categorie delle vittime dell’olocausto, stranieri, omosessuali, portatori di handicap, malati mentali ecc. Potremmo accorgerci che possiamo rinnovare il ricordo delle vittime dell’olocausto osando fare un’operazione nuova ovvero quella di mettere al centro l’uomo e la donna che non hanno paura di riconoscere il proprio potenziale costruttivo ma anche quello distruttivo e per questo decidono di scegliere ogni giorno di coltivare dentro di sé strumenti per riconoscere nell’altro le radici comuni e primordiali dell’umanità. Ciascuno di noi potrebbe migliorare le capacità di umanità individuale perchè la capacità tecnologiche e scientifiche le abbiamo coltivate da tempo e non ci sono più sufficienti, mentre la nuova sfida è quella di essere capaci di identificarci in una comunità umana interdipendente costituita da un infinito numero di diversità.
Le vittime dell’olocausto sono state stimate intorno a 17 milioni di persone
Ebrei 5.9 milioni
Prigionieri sovietici 2–3 milioni
Polacchi non Ebrei 1,8–2 milioni
Slavi 1-2,5 milioni
Dissidenti politici 1-1,5 milioni
Rom e Sinti 220.000-500.000
Disabili e Pentecostali 200.000–250.000
Massoni 80.000–200.000
Omosessuali 5.000–15.000
Testimoni di Geova 2.500–5.000